Il governo Meloni sarebbe al lavoro per rimodulare l’assegno unico per i figli, introdotto dall’esecutivo Draghi nel 2021. La misura, che attualmente vale circa 20 miliardi, riguarda ogni anno 6,6 milioni di beneficiari e 10,1 milioni di figli, con un massimo di 200 euro a figlio.
La manovra prevedrebbe di non concedere i 57 euro a figlio a chi non presenta l’Isee e a chi ne ha uno al di sopra dei 45 mila euro, in un gioco di ridistribuzione delle risorse. L’assegno unico pesa sul bilancio dello Stato 20 miliardi strutturali ed è soggetto a rivalutazione in base all’inflazione.
Il piano per rivedere questa forma di prestazione familiare, imprescindibile per molte famiglie, andrà nella prossima manovra, scrive il quotidiano Repubblica, ed è affidato alla ministra per la famiglia, la natalità e le pari opportunità Eugenia Roccella, per poi essere valutato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze che ha però subito smentito le voci riguardanti il taglio dell’assegno unico per i figli nella prossima Manovra 2025.
Il MEF definisce “fantasiosa e senza alcun fondamento l’ipotesi di tagli agli assegni per i figli in vista della prossima manovra” e secondo Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze, “il governo Meloni non ha mai pensato di abolire tale misura. Ha, invece, aumentato i fondi per coprirla”.
Assegno unico, il richiamo dell’UE
La prestazione però va comunque rivista perché l’Unione Europea però ha deferito l’Italia per “discriminazione” e per “violazione del diritto europeo in materia di coordinamento della sicurezza sociale e di libera circolazione” in quanto i lavoratori che non risiedono in Italia per almeno due anni o i cui figli non risiedono in Italia non possono beneficiare dell’assegno unico. Nel regolamento europeo sul coordinamento della sicurezza sociale infatti è proibito qualsiasi requisito di residenza per ricevere prestazioni di sicurezza sociale come le prestazioni familiari.
Roccella ha infatti dichiarato: «Se c’è qualcuno che ha sollevato contestazioni sull’assegno unico non è certo il nostro governo, che anzi lo ha aumentato e ne ha corretto alcune criticità, ma è l’Unione Europea, che ha aperto sul provvedimento una procedura di infrazione. La Ue infatti chiede di cancellare completamente il requisito della residenza in Italia (attualmente di due anni) per i percettori dell’assegno non lavoratori, e anche quello della durata del rapporto di lavoro (attualmente di almeno 6 mesi), e addirittura di riconoscere l’assegno anche a chi ha figli residenti all’estero. Non servirebbe più quindi vivere nel nostro Paese, ma basterebbe lavorarci anche solo per un giorno per fruire del contributo. Queste modifiche, già pesanti per l’equilibrio dei conti dello Stato, avrebbero ulteriori implicazioni potenziali che andrebbero ben oltre quelle immediate, e per via giudiziaria potrebbero portare a un effetto domino incontrollabile. Dopo quello che è accaduto con il superbonus edilizio, che è arrivato a pesare sull’Italia per l’equivalente di venti finanziarie, è un’esperienza che sarebbe consigliabile non replicare».
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