C’è una linea sottile che separa l’attenzione istituzionale verso il cittadino dalla spettacolarizzazione del caso umano. La visita del vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, a Palmoli, per incontrare Catherine Birmingham e Nathan Trevallion — ormai noti alle cronache nazionali come la “famiglia nel bosco” — impone una riflessione che va oltre il semplice fatto di cronaca.
Il caso dei coniugi britannici che hanno scelto (o sono stati costretti dalle circostanze) una vita ai margini, tra le asprezze e il fascino dell’entroterra chietino, è diventato in poche mesi un format mediatico appetibilissimo per chi ha voluto, e vuole, macinare consensi su una vicenda che andrebbe affrontata da tecnici e professionisti ma invece è stata data in pasto alla pancia del paese. Oggi, l’arrivo del Ministro delle Infrastrutture, vicepremier e leader di della Lega nel piccolo comune del Vastese è solo l’ennesimo atto che trasforma questa vicenda privata e complessa in un caso politico nazionale.
Il punto critico non è la presenza dello Stato, che è sempre auspicabile, ma la modalità e la tempistica. Incontrare i genitori della “famiglia nel bosco” direttamente in municipio, con il consueto seguito di staff e telecamere, rischia di ridurre una situazione di potenziale disagio sociale a un set fotografico.
L’intervento del leader della Lega a Palmoli sembra rispondere a una logica di marketing politico più che a un reale interesse per le condizioni dei minori. Elevare a simbolo una famiglia che viveva in condizioni di estrema precarietà significa ignorare deliberatamente la complessità del sistema di tutela e le sue regole per una banalissimo ritorno elettorale.
La trasformazione di una vicenda umana e giuridica complessa in una bandiera ideologica non è un servizio a questa famiglia o ad altre, ma un esercizio di egemonia comunicativa che rischia di svuotare di significato il ruolo stesso dei rappresentanti dello Stato.
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