Le udienze contro il torturatore libico El-Hishri svelano l’orrore del lager di Mitiga, ma le garanzie difensive concesse al carnefice diventano l’ultimo baluardo di civiltà contro le complicità e le ipocrisie della politica europea.
Red
L’aula della Corte Penale Internazionale all’Aja restituisce un’immagine che si fa fatica a decodificare. Durante il secondo giorno di udienze dedicate alla discussione istruttoria per il rinvio a giudizio di El-Hishri, il torturatore del lager libico di Mitiga, l’imputato è rimasto immobile, appoggiato al muro e affiancato da quattro poliziotti, con lo sguardo fisso verso l’accusa. In un momento preciso le sue labbra hanno iniziato a muoversi, come se stesse pregando. Un contrasto stridente per chi conosce il ghigno feroce con cui terrorizzava le sue vittime, eppure perfettamente in linea con il modus operandi della sua banda. A Mitiga, infatti, la persecuzione religiosa è sempre stata uno strumento di potere: un Islam distorto e piegato a schifose pulsioni per assicurarsi un posto in un personale paradiso. È una dinamica antica, in cui Dio viene preso in ostaggio dai fanatici per condurre all’inferno gli “infedeli”, sequestrando vite, torturando e stuprando. Una deriva messianica che non appartiene solo ai banditi di Mitiga, ma che trova eco nei rosari sventolati ai comizi europei mentre si lascia morire la gente nel Mediterraneo, nelle visioni dei suprematisti e nelle retoriche dei grandi leader della geopolitica contemporanea.
Le testimonianze emerse in aula raggelano il sangue. La persecuzione di El-Hishri ha colpito innanzitutto cittadini libici e musulmani giudicati eretici, vittime di sevizie inflitte con strumenti concepiti appositamente per massimizzare il dolore. L’imputato mostrava un sadismo particolare verso donne e bambini all’interno di Mitiga, che non è un luogo clandestino, ma una delle prigioni ufficiali del sistema statale libico. La struttura del lager era organizzata scientificamente, con sale di tortura intrise di sangue e sezioni specifiche. El-Hishri gestiva l’area femminile con una misoginia dichiarata, picchiando quotidianamente le detenute, apostrofate con insulti feroci, e arrivando a provocare aborti a suon di pugni. Anche i bambini subivano violenze inaudite, mentre i prigionieri, spesso catturati in mare dalla cosiddetta guardia costiera libica e deportati, venivano sistematicamente ridotti alla condizione di schiavi.
Nonostante l’evidenza di questi crimini, la Corte Penale Internazionale garantisce a El-Hishri il pieno diritto alla difesa. Uno staff di avvocati internazionali sta tentando di smontare il processo, sollevando questioni di legittimità geopolitica e richiamando i crimini non giudicati della Nato del 2011. Si tratta di una strategia speculare a quella che ha permesso al complice Almasri di presentare ricorso per vizio di giurisdizione, pretendendo di essere giudicato in patria per garantirsi l’impunità. Una manovra che ha goduto di sponde istituzionali pesanti, con una finta volontà di arresto da parte delle autorità di Tripoli che è servita da alibi ai vertici politici italiani per coprire la vergogna di aver protetto un torturatore, sottraendolo alla giustizia internazionale.
Oggi El-Hishri affronta il processo in un contesto che, rispetto alle celle di Mitiga, appare un albergo di lusso: indossa abiti costosi, non è incatenato né violato nella carne. In questo paradosso risiede la vera, straordinaria forza del diritto internazionale, attualmente sotto attacco da parte dei sovranismi globali. Salvaguardare la dignità umana e garantire la presunzione d’innocenza anche a un mostro serve a ricordare che la barbarie è un prodotto umano. Questa postura giuridica, che rifiuta la legge della forza bruta in favore della giustizia, rappresenta una conquista democratica fondamentale contro l’idea di un mondo governato dall’orrore.
Mentre la difesa tesse le sue trame concettuali e l’accusa dà voce ai sopravvissuti, il pensiero corre inevitabilmente a tutti i “non luoghi” in cui l’umanità viene reclusa e privata dell’anima. Il principio che regola i lager libici non è distante da quello dei Cpr o delle derive delle carceri democratiche europee, dove il potere decide chi ha diritto alla dignità e chi può essere ridotto a nuda vita. Il paradosso si chiude con una certezza etica: per impedire che l’orrore diventi la norma, è necessario garantire un giusto processo anche ai carnefici. Ma sollevando il velo sul sistema libico e sulle complicità strutturali che lo tengono in piedi per fermare i flussi migratori, l’aula dell’Aja finisce per evocare anche i grandi assenti. Dietro le sbarre, insieme a El-Hishri, ideale scranno dovrebbe essere riservato a chi, tra i banchi della politica e delle istituzioni europee, ha firmato accordi e girato lo sguardo altrove, confermando che, anche senza una condanna formale, la responsabilità morale resta condivisa.
Abruzzo Sera è anche su Whatsapp.
Iscriviti al nostro canale per essere sempre aggiornato.
In primo piano
Se Roberto Cappellacci tornasse all'Aquila
Avezzano, 16enne denuncia una violenza sessuale: arrestato un 21enne
Una segnalazione al numero di emergenza 112 ha consentito ai carabinieri di intervenire rapidamente e arrestare un giovane di 21 anni.
Aree interne, al via il progetto bike sharing: 136 e-bike per 29 Comuni
Mobilità sostenibile nell’Area Interna Gran Sasso – Valle Subequana: 136 e-bike e bike sharing per 29 Comuni.
Lupi uccisi con esche avvelenate: l’inchiesta segue la pista dei fitofarmaci agricoli
Le analisi sulle esche rinvenute nel Parco Nazionale d’Abruzzo hanno individuato fitofarmaci utilizzati in agricoltura. L’inchiesta sulla morte di decine di lupi e altri animali selvatici entra in una fase decisiva.



