di Nunzia Masci
L’Aquila torna a interrogarsi sul Piano regolatore generale mai entrato in vigore. Se ne è discusso nei giorni scorsi durante il tavolo operativo promosso da Comitatus Aquilanus e Cgil Sunia, un incontro che ha posto le basi per la nascita di un nuovo organismo condiviso, con l’obiettivo di costruire una visione concreta e complessiva per il futuro del cratere aquilano. Tra i temi affrontati, particolare attenzione ha suscitato il PRG firmato dall’architetto urbanista Daniele Iacovone, elaborato durante l’amministrazione Cialente, ma mai portato a compimento. Un piano che avrebbe potuto rappresentare un punto di svolta rispetto allo strumento urbanistico fermo agli anni ’70 e che non ha trovato continuità nelle successive amministrazioni.
Architetto Iacovone, il suo rapporto con L’Aquila è di lunga data. È stato assessore durante la giunta Centi e in passato ha avuto un ruolo importante anche in Regione. Con l’amministrazione Cialente, alla luce di quanto emerso dopo il terremoto, fu incaricato di formulare il nuovo Piano regolatore per la città. Da quali esigenze nasceva quel Piano?
“Il lavoro avviato dall’amministrazione guidata da Massimo Cialente si muoveva su un doppio binario: da un lato la ricostruzione post-sisma, dall’altro il rinnovamento urbanistico. L’obiettivo era superare un piano ormai datato, ridimensionando le previsioni eccessive e puntando su alcune centralità strategiche nell’area aquilana. L’idea era quella di valorizzare il patrimonio esistente, in particolare le aree pubbliche dismesse, come caserme e Piazza d’Armi, facendole diventare il fulcro della riorganizzazione urbana. Il Piano partiva proprio da qui: dal riuso degli spazi pubblici per ridefinire il rapporto tra il Capoluogo e i cosiddetti centri minori, che in realtà sono veri e propri centri storici. Questi luoghi neanche perimetrati, spesso sono relegati a semplici aree di ristrutturazione edilizia, mentre noi volevamo recuperarne l’identità territoriale, valorizzando anche gli aspetti naturalistici e la storia di una città che nasce dalla cooperazione tra le sue frazioni”.
Quali erano i punti di forza del documento?
“Il Piano puntava molto sulla riqualificazione complessiva, a partire dal Progetto Case. Oggi rappresenta un peso per l’amministrazione, ma può diventare anche un’opportunità: è necessario razionalizzare le occupazioni residue per liberare spazi da destinare ad altre funzioni. Lo stesso vale per i MAP. Un altro obiettivo centrale era la ricostruzione dei centri minori e la valorizzazione delle aree naturali e agricole. Il Piano metteva a sistema l’intero territorio aquilano parchi, riserve, aree verdi, rafforzando il ruolo del capoluogo come elemento baricentrico”.
Cos’è accaduto dopo?
“Il Piano era arrivato a uno stadio avanzato: era stata completata la valutazione ambientale strategica e approvato il documento preliminare anche dalla Provincia. Stavamo entrando nella fase partecipativa. Con il cambio di governo cittadino è venuta meno la volontà politica di proseguire. In un primo momento fui coinvolto, poi mi fu tolto l’incarico. Di fatto il Piano è stato accantonato. Eppure, molti di quei documenti sono ancora disponibili sul sito del Comune e potrebbero essere utilizzati. Anche la recente perimetrazione del territorio urbanizzato avrebbe potuto attingere da quel lavoro, che, nonostante abbia ormai dieci anni, resta valido sotto il profilo conoscitivo”.
È possibile recuperare qualcosa oggi?
“Per alcuni aspetti è inevitabile. Ho notato che la delibera strategica della Giunta si avvia proprio da quei documenti, ma li utilizza solo in parte, limitandosi a citarli senza entrare nel merito. Sono passati diciassette anni, quasi una generazione e tornare indietro non è semplice. Oggi serve una nuova visione prospettica. Il rischio, altrimenti, è quello di restare fermi, continuando a muoversi senza una direzione chiara”.
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