Bossetti in tv, la parola alla criminologa Linda Corsaletti

Bossetti in tv, la parola alla criminologa Linda Corsaletti
14 Giu 2025
di Alessandra Prospero
Come preannunciato anche da AbruzzoSera, Francesca Fagnani ha debuttato in tv su Rai2 con la prima puntata di Belve Crime.

Ospiti della serata del 10 giugno sono stati: Tamara Ianni, collaboratrice di giustizia nel processo ai clan di Ostia; Eva Mikula, ex compagna di Fabio Savi, componente della Banda della Uno Bianca, e Massimo Bossetti, condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio.
Abbiamo raggiunto Linda Corsaletti, criminologa specializzata in investigazione criminale e profiling comportamentale, che si divide lavorativamente tra L’Aquila, Avezzano e Roma e le abbiamo chiesto un’analisi dell’intervista.
Cosa ci ha detto l’intervista a Bossetti su Belve Crime?
L’intervista andata in onda ieri su Belve Crime a Massimo Bossetti, condannato in via definitiva per l’omicidio di Yara Gambirasio, offre numerosi spunti di riflessione da un punto di vista criminologico, mediatico e forense.

La questione del DNA: dubbio o strategia?
Innanzitutto uno dei punti centrali dell’intervista è la contestazione di Bossetti rispetto alla prova del DNA. L’uomo insiste sul fatto che il DNA nucleare ritrovato sui leggings della vittima sia stato considerato prova definitiva, ma solleva dubbi sul fatto che non sia stato trovato il suo DNA mitocondriale.
Da un punto di vista scientifico-forense, è importante ricordare che:
Il DNA nucleare è quello usato per identificare un singolo individuo in modo univoco.
Il DNA mitocondriale non è identitario, ma serve a identificare la linea materna.
L’assenza di mitocondriale non inficia la presenza del nucleare. Le sentenze si sono basate su quest’ultimo, considerato affidabile. Bossetti, tuttavia, insiste su questo punto, probabilmente per seminare il dubbio nell’opinione pubblica. Una mossa classica nella comunicazione post-condanna.

La narrazione dell’innocente: tecnica e linguaggio
Un elemento costante nell’intervista è l’uso da parte di Bossetti di frasi come “vorrei solo capire”, “non ho avuto risposte”, “voglio sapere la verità”. Questa è una strategia nota in ambito criminologico: serve a umanizzare l’individuo, spostare il focus dal reato alla percezione di ingiustizia subita, e a generare empatia.
La scelta di questo linguaggio non è casuale: si tratta di una tecnica difensiva molto diffusa nei soggetti detenuti che desiderano ribaltare il giudizio sociale, in particolar modo in presenza di microfoni o telecamere.

L’effetto del carcere: rabbia, dolore e costruzione della resilienza
Bossetti racconta un momento particolarmente forte: la scoperta del tradimento della moglie Marita nel periodo della detenzione, che avrebbe persino provocato un tentativo di suicidio in carcere. Racconta poi di aver trasformato la rabbia in forza. Dal punto di vista criminologico, queste affermazioni fanno parte di una precisa narrazione di resilienza carceraria: il detenuto si presenta non solo come vittima di un errore giudiziario, ma anche come individuo che ha saputo resistere a traumi profondi. È una strategia che serve a ridefinire la propria identità pubblica, rendendola più compatibile con un’idea di innocenza.
La dimensione mediatica: colpevoli che diventano protagonisti
L’intervista rientra nel filone di true crime spettacolarizzato, già ampiamente alimentato dai documentari su Netflix e altre piattaforme. Il caso Bossetti, già esposto mediaticamente per oltre un decennio, viene qui riproposto in chiave emotiva, facendo leva su uno dei meccanismi più potenti della narrazione televisiva: l’identificazione.
La criminologia contemporanea studia proprio questo fenomeno: come le figure criminali, anche condannate in via definitiva, possano essere ricostruite come personaggi complessi, in grado di generare attenzione, affetto o quantomeno dubbio. È il ribaltamento della logica classica del “mostro”: qui non c’è mostro, ma uomo ferito, confuso, abbandonato.

Etica televisiva: quando la voce del condannato si fa spettacolo
L’intervista a Bossetti ha anche aperto un dibattito sull’opportunità di dare spazio mediatico a chi è stato condannato per l’omicidio di una minorenne. La conduttrice Francesca Fagnani ha cercato di mantenere un tono critico e diretto, soprattutto quando ha sottolineato che i genitori di Yara sono da sempre stati discreti e rispettosi, evitando di apparire in TV.

Il rischio, in casi come questi, è duplice:
Rendere il colpevole una star, con potenziale ritorno umano e narrativo. Ferire indirettamente la dignità della vittima e della sua famiglia. L’intervista, pur mantenendo certi equilibri, ha inevitabilmente alimentato l’arena del sospetto e dell’ambiguità. L’intervista a Massimo Bossetti è un caso di studio perfetto per chi si occupa di criminologia, comunicazione e media: Viene messa in discussione una prova giudiziaria (il DNA) con modalità che parlano più al cuore che alla scienza. Si osserva una narrazione costruita per umanizzare, far dubitare e cercare empatia.
Il carcere viene presentato come luogo di prova e rinascita, con toni da dramma personale. I media fungono da veicolo di complessità: non informano soltanto, ma creano personaggi.
Rimane il nodo etico: fin dove può spingersi il diritto di parola di un condannato, e chi ha il dovere di contrapporre la voce delle vittime? In definitiva, Belve Crime ha dimostrato come oggi, più che mai, il crimine sia anche racconto. E in quel racconto, ogni parola è una battaglia per il controllo della verità.
Infine mi è scattato inevitabile il paragone con la mia amata Franca Leosini per me insostituibile, ma davvero brava la Fagnani.

Chi è Linda Corsaletti 

Linda Corsaletti Collabora in ambito forense nell’analisi di crimini complessi, con particolare attenzione alla psicodinamica del reo e alla ricostruzione della scena del crimine. È anche tanatoesteta, professionista nella cura estetica del corpo dopo la morte, ambito in cui coniuga tecnica, etica e umanità, offrendo supporto anche ai familiari nel delicato momento del lutto. Autrice di saggi e opere scientifiche in ambito internazionale e libri, esplora nei suoi scritti i temi del crimine, della devianza  i lati oscuri dell’animo umano, con uno stile diretto e profondo. Il suo lavoro mira a superare i tabù, promuovendo una visione consapevole e rispettosa della vita e della morte.

Abruzzo Sera è anche su Whatsapp.
Iscriviti al nostro canale per essere sempre aggiornato.

In primo piano

Giornata nazionale per le vittime sul lavoro: in Abruzzo 7 morti nei primi 7 mesi del 2026

La sicurezza sul lavoro al centro della 76ª Giornata nazionale: in Abruzzo sette vittime, mentre l’Italia riflette su un’emergenza continua.

10 Ott 2026
Crescere Insieme, 10 anni di impegno sociale

Crescere Insieme festeggia dieci anni a L'Aquila. Il fondatore Goffredo Juchich racconta le sfide affrontate, il lavoro con i minori e i progetti futuri.

09 Ott 2026
L’Aquila, inaugurata la mostra su Piersanti Mattarella. Giovanni Grasso: il racconto di una vita, non soltanto di una morte

Al Palazzo dell’Emiciclo circa 150 fotografie, molte delle quali inedite, ripercorrono la vicenda umana, familiare e politica del presidente della Regione Siciliana assassinato dalla mafia nel 1980. L’esposizione sarà visitabile gratuitamente fino al 31 ottobre.

di Alessandra Prospero 08 Ott 2026

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *