di Marianna Gianforte
“Sono quasi 17 anni che questa città poteva imparare a ‘Fare Memoria’, che poteva essere migliore come comunità, che poteva ricostruirsi socialmente e umanamente, diventando simbolo di rinascita e di coesione, e invece sono quasi 17 anni che questa città è diventata molto più cinica, menefreghista e non ha assolutamente imparato a convivere con il concetto di terremoto, ma, anzi ha tentato in tutti i modi di rimuovere ciò che è accaduto ‘perché si deve andare avanti’”.
L’incipit della lettera pubblicata poco meno di un mese fa da Federico Vittorini, che soltanto per un gioco del destino è scampato ai crolli del terremoto dell’Aquila, vanno dritte al cuore, come un colpo netto e infallibile di sciabola. Parole che rendono nudi di fronte alla propria coscienza. Nella lettera – già anche questa finita nell’oblio, giusto il tempo di mettere un ‘like’ -, Vittorini dice anche che “questa città deve e vuole dimenticare, perché nonostante centinaia di volte il mantra mio, di mio padre e di tutte quelle persone che come noi da quella notte sono segnate profondamente da ciò che è accaduto, sia stato ‘i familiari delle vittime non sono una categoria a parte, ma sono parte di questa città e tutti potevano essere familiari delle vittime, perché il terremoto non è un qualcosa che attacca volontariamente una famiglia o una casa, questo messaggio non mi pare sia arrivato chiaro”.
La “memoria”, questa pietra pesante come un fardello da portare con impegno, costanza, presenza, fatica, oggi dà quasi fastidio, come una spina nel fianco, come un’ernia da addormentare. La notte tra il 5 e il 6 sarà la prima dell’anniversario del terremoto che ha portato via 309 persone, senza la fiaccolata. Il serpentone silenzioso che ha illuminato il ricordo della tragedia del sisma, che lo ha tenuto vivo e ci ha fatto piangere e riflettere per anni, non ci sarà. Vittorini, che sotto le macerie della sua casa in via Luigi Sturzo ha perso la mamma e la sorellina, dice: “Non significa che non ci sarà più, anzi, e mi fa male pensare che non ci sia anche se è stata una scelta consapevole, perché posso dirlo? Sono stanco di condividere lo stesso cielo con gente che aspetta la fiaccolata per pulirsi la coscienza, Sono stanco di vedere un momento che dovrebbe essere così puro, diventare una sfilata istituzionale”, facendo anche un richiamo a un’informazione sempre più disinteressata e, a volte, mancante del tatto necessario di fronte all’intimità del dolore personale.
Vittorini fa un’analisi profonda del modo in cui la comunità aquilana ha metabolizzato il terremoto: delegando, potremmo sintetizzare, ad altri non soltanto la ricostruzione materiale, ma anche quella morale: “Spero che la fiaccolata possa tornare, ma i familiari delle vittime non sono un fenomeno da baraccone – sottolinea -, ci sono molti modi di ‘Fare Memoria’. Continuerò e continueremo a lottare e a portare avanti questo impegno e questo messaggio finché avrò fiato in corpo. Ma un anno senza fiaccolata forse può servire a questa città per tornare ad essere comunità, o almeno si spera”. Si spera.
Diciassette anni sono tanti, sono quelli che vedono un bimbo diventare adolescente, un adolescente diventare grande. Che vede un fuscello crescere albero, che potrebbe vedere una città rinascere. Diciassette anni che hanno cambiato la vita delle famiglie aquilane, 309 vite cessarono di essere tra noi. Ferite che restano aperte, non cicatrizzano e non verranno mai richiuse per coloro che vissero quelle tragiche ore.
INTERROGHIAMOCI
La memoria, ecco, interroghiamoci e cerchiamo di capire cosa resta e cosa ha insegnato, facendo anche un salto indietro di qualche giorno rispetto al 6 aprile.
Trenta marzo 2009: lo sciame sismico proseguiva più o meno da dicembre con scosse ripetute e continue, che allarmavano la popolazione causando un’ansia crescente. Ma quel 30 marzo qualcosa cambiò: erano le 15,38 quando una scossa di magnitudo 4 della scala Mercalli, seguita da una di magnitudo 3.5, gettò la città nel caos. Le scuole erano aperte, aperti erano gli uffici, i negozi: la città era attiva nei suoi doveri, nei suoi impegni e nei suoi svaghi. Ma d’un tratto fu il caos, strade intasate di auto, genitori che correvano verso le scuole alla ricerca dei propri figli. La scuola De Amicis venne fatta sgombrare, i vigili del fuoco rilevarono subito delle lesioni ma i bambini erano tutti in salvo, il personale scolastico li aveva fatti uscire immediatamente dopo la prima scossa. Il Comune dell’Aquila con un’ordinanza chiuse la scuola, e da allora non ha più riaperto. Ancora oggi è lì, imbalsamata nel passato, con i lavori di recupero non ancora conclusi e una destinazione futura che non si sa quale sarà.
Quel 30 marzo avrebbe già dovuto insegnarci moltissimo: una città altamente sismica come L’Aquila, una città di fondazione con palazzi storici e viuzze, deve assolutamente riflettere sulle funzioni che in essa vengono ospitate. Se la scossa delle 3,32 – per di più immediatamente prima della Pasqua, quando tutto iniziava a fermarsi per il periodo di feste -, fosse avvenuta di giorno, nel pieno delle attività di una comunità cittadina, il bilancio di vite umane ci avrebbe consegnato un conto di maggiore drammaticità. Dunque, un punto cruciale di riflessione è: siamo stati colpiti in modo tragico, eppure siamo ancora qui! Ma che cosa abbiamo capito? E se la scossa ci fosse stata alle 15,32 di due giorni prima? Cosa sarebbe potuto succedere?
Abbiamo rimosso tutto?
Probabilmente sì. Ha ragione da vendere Vittorini, che nella lettera snocciola gli eventi e le iniziative che il comitato dei famigliari delle vittime del sisma organizza nelle scuole, nei teatri e in vari spazi pubblici con conferenze e convegni. Ma cosa importa più, se ormai quasi (quasi) tutti gli aquilani e le aquilane hanno di nuovo un tetto sopra alla testa? Quando era ancora in vita una delle anime del comitato, Antonietta Centofanti, che sotto alle macerie della ex casa dello studente perse il giovane nipote, si arrivò invece persino a dialogare con l’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Fu una lunga battaglia contro il rischio di prescrizione dei processi legati ai crolli. Antonietta, presidente del comitato, lavorò insieme ad altri comitati di famigliari di vittime di stragi per modificare la normativa sulla prescrizione: molti processi in Italia rischiavano di non arrivare a sentenza. All’Aquila vennero i famigliari delle vittime di Rigopiano, di Viareggio, del sisma di Amatrice e dell’Emilia, di San Giuliano di Puglia, della Thyssenkrupp, le mamme della Terra dei Fuochi. Consegnarono al Governo un documento, firmato da tutti, in cui veniva spiegato come è necessario operare per rendere questo Paese meno fragile e più sicuro per tutti.
Un Paese fragile il nostro, appunto; ne sono testimonianza gli avvenimenti di questi ultimi giorni in Abruzzo, Molise, Puglia, con frane, smottamenti ed esondazioni, che privano intere famiglie dei loro beni e spesso a anche dei loro cari.
Una battaglia che allora rimase appannaggio del comitato, perché, ahinoi, la cittadinanza e le istituzioni non se ne accorsero. Ancora il ritornello di questa nostra riflessione: tutto rimosso.
PREVENZIONE
La prevenzione, altro punto fondamentale della lettera di Vittorini. Prendiamo spunto dalla sua sollecitazione per ricordare che il piano di emergenza comunale è fermo al 2021 (è stato approvato un aggiornamento con la delibera di Giunta comunale 583 del 27 dicembre 2021) e nel frattempo non ci sono state grandi e collettive prove di evacuazione cittadina, che coinvolgano famiglie, scuole, istituzioni, magari anche imprese. A tal proposito sull’albo pretorio on line del Comune c’è una determinazione dirigenziale, la 5012 del 14 novembre 2022, con oggetto: “Progetto di diffusione del piano di emergenza comunale di protezione civile” aggiornato con la determina 583 del 2021 e riguardante un servizio di realizzazione e divulgazione di brevi video clip sulla prevenzione e sui corretti comportamenti di autoprotezione in caso di necessità. Ne sappiamo qualcosa?
Le aree di ammassamento in caso di sisma sono abbandonate a se stesse, senza manutenzione e in alcune con la segnaletica rimossa o vandalizzata. Non serve soltanto un maggiore impegno da parte delle amministrazioni che governano un territorio, ma anche è necessaria una comunità che faccia da pungolo e che sia “cittadinanza attiva”.
E la sicurezza sismica? L’Aquila non ha ancora intrapreso la via di una piena consapevolezza. Non esiste, per esempio, a oggi, una sede unica degli uffici comunali che sia sicura, antisismica, efficiente ed efficace da un punto di vista del risparmio energetico e della tenuta in caso di terremoto (da ricordate che dopo il sisma del 2009 le sedi di tutti gli uffici, locali e statali, divennero inagibili e vennero collocati all’interno della cittadella della Guardia di finanza). Sappiamo, però, che il Comune dell’Aquila ha acquistato con 5 milioni di euro (tra permute e liquidità) la sede dell’ex catasto in via Filomusi Guelfi: una via stretta, a senso unico, che termina con la strozzatura di porta alle mura urbiche di fronte alla stazione. In quella stessa via confluiscono, oltre al Comune, anche gli uffici finanziari, alcuni uffici del tribunale, la scuola Mazzini (in ricostruzione), gli uffici della Provincia e la scuola dell’arte per i quali è stata annunciata la ricostruzione, e diverse abitazioni. Immaginiamo cosa potrebbe accadere se ci fosse un nuovo terremoto: il panico, l’affollamento, il delirio. Dunque, come non ascoltare il monito di Federico Vittorini? Una città che non ha imparato a convivere con il concetto di terremoto, anzi lo ha forse già frettolosamente accantonato.
IL LUOGO DELLA MEMORIA
“Fare memoria” implica anche un’altra amara riflessione: è sparito dai radar il simbolo più toccante del dolore inferto dal terremoto, l’ex casa dello studente. Il crollo dell’edificio pubblico in via XX Settembre, che ospitava giovani di varie località, fu uno dei momenti più tragici dell’alba del 6 aprile. Otto tra ragazzi e ragazze rimasero uccisi sotto il crollo di una struttura che sarebbe dovuta essere più che sicura. Lì sarebbe dovuto sorgere il luogo della memoria, a pochi metri dal “Parco della memoria”: dopo nove anni dalla sua demolizione, che il Comune dell’Aquila avviò nel 2017 (ultimi scampoli dell’amministrazione Cialente), non abbiamo ancora il luogo dedicato a tutti gli studenti e a tutte le studentesse morti sotto le macerie dell’Aquila, la città in cui erano venuti a costruire le basi culturali del loro futuro.
Proviamo a fare un po’ di memoria anche su questa vicenda.
Dunque: il 14 maggio 2017 il Comune avviò la demolizione di quel che restava della casa dello studente, con lo scopo di mettere in sicurezza la via sottostante e consentire il rientro a casa di diverse famiglie. Nelle intenzioni del Comune, al termine dei lavori di demolizione e rimozione delle macerie, l’area dove sorgeva sarebbe dovuta diventare il luogo della commemorazione e del ricordo, in omaggio a tutte le giovani vittime del terremoto. Ateneo e Comune, infatti, avevano già raggiunto l’accordo per l’ideazione e la progettazione di spazi per ricordare la tragedia che era avvenuta. Tale allestimento sarebbe stato deciso dagli studenti attraverso un percorso partecipativo, mirato a raccogliere – da parte dell’università – le proposte che avrebbero avanzato le ragazze e i ragazzi che frequentavano l’ateneo aquilano.
Tra il 2017 e il 2018 l’università dell’Aquila svolse un concorso di idee fu, che venne vinto da un gruppo di quattro studenti aquilani con il progetto intitolato “La duttilità è nella memoria”, il cui progetto prevedeva uno spazio che integrasse la memoria del tragico evento con la speranza del futuro, focalizzandosi sulla rigenerazione urbana e sul ricordo delle vittime. Si sono dovuti attendere sette anni per vedere affidato l’incarico di progettazione e direzione dei lavori per realizzare il luogo della memoria (determinazione dirigenziale 5176 del 24 ottobre 2025).
Ci vorrebbe e ci manca, la voce calda di Antonietta Centofanti a richiamare la doverosa attenzione sui tempi e suoi fatti che sono accaduti, a rimettere ordine e a mobilitare ognuno al proprio dovere.
E torniamo a Federico Vittorini e alla sua nota per spiegare, senza sconti, il perché in questo anno non ci sarà il corteo con la fiaccolata: quel corteo si è sempre fermato davanti alla casa dello studente e così accadrà ancora, perché la memoria non si deve cancellare, può essere “duttile”, ma non può sparire. Ma si fa memoria e si può essere migliori come comunità se le promesse e le parole date assumono la concretezza di un’azione immediata. Diversamente c’è il vuoto, come lo spazio deserto che ancora regna nel punto in cui esisteva la casa dello studente, laddove, a 17 anni dal terremoto, ci sono erbacce al posto di quel monumento in ossequio di tutti gli studenti e le studentesse morti sotto le macerie, e ricordo della tragedia che ha per sempre cambiato L’Aquila.
(foto di Marianna Gianforte dell’anniversario degli anni scorsi)




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