di Paolo Tella
I computer sono stupidi.
I computer sono macchine che rispondono ad alcuni comandi in base ad istruzioni precodificate. Non hanno, quindi, capacità di intendere e di volere, non fanno scelte autonome in scienza e coscienza, non seguono un’ideologia nè una religione. Non si adeguano alle situazioni, non pensano e non cambiano i loro comportamenti se qualcosa intorno a loro cambia.
I computer sono macchine, come una nostra autovettura in cui, se si preme due volte sull’acceleratore, lei fa brumbrum. Sono macchine che vengono defintie “stupide” proprio nel senso che non ragionano e, quindi, fanno solo ciò per cui sono state programmate. Rispondo ad un comando in maniera programmata e see il comando è sbaggiato il computer sbaglia; come quando ci facciamo male ad un dito perché sbagliamo ad usare il martello.
Ora c’è un gruppo di esperti di intelligenza artificiale del Mit di Boston che ha trovato un modo per trasmettere conoscenze e abilità da un robot all’altro, da un computer all’altro, senza bisogno di ri-programmarlo, per fare in modo che ogni robot impari come imparerebbe un bambino.
Ma anche i comandi vocali del nostro smartphone o del nostro navigatore vanno in quella direzione, così come il terrificante correttore automatico dei nostri messaggini che memorizza i termini più utilizzati e ce li ripropone senza saper considerare, però, le leziose e romantiche sfumature della nostra lingua italiana.
L’intelligenza è capacità umana.
E’ la capacità che ci ha permesso di evolverci dall’età della pietra ad oggi; da quando i trogloditi agivano d’istinto ed avendo poche capacità di ragionamento reagivano in maniera automatica come se fossero stati computers programmati ad un livello base. I computer non esistevano ed esisteva solo la clava. Poi gli uomini trogloditi si sono evoluti diventando intelligenti ed hanno costruito i computers, i robots e le piattaforme su web che rilevano, analizzano conoscono e capiscono anche il nostro stile di vita.
Tutto ciò per migliorare la qualità della vita al lavoro, per semplificare i processi produttivi, per aumentare l’efficienza delle organizzazioni, per migliorare la qualità della vita di tutti gli uomini sono stati migliorati i computers facendoli diventare usabili e, quindi, dotati di intelligenza artificiale che facilita l’interazione anche con gli stupidi naturali.
Ma se ci fosse una strana regola misteriosa per cui l’intelligenza totale dell’universo, una volta cresciuta dalla clava al computer, debba rimanere costante? All’aumento della quota di intelligenza artificiale e di delega ai robots della nostra intelligenza umana, dovrebbe necessariamente diminuire quella degli uomini. In fondo disabituando la mente a ragionare si perdono capacità di analisi e ci si comporta in maniera più automatica.
L’intelligenza artificiale
Con l’aumento dell’intelligenza artificiale aumenta la stupidità naturale? E sono quindi gli uomini che, delegando maggiormente ai computer, disabituano la loro capacità di analisi e di giudizio, limitandosi a ripetere operazioni standard. Come quando usiamo il navigatore (esempio di intelligenza artificiale) e disimpariamo ad orientarci, smettiamo di cercare la strada che è meglio percorrere e ci fidiamo ciecamente seguendo la rotta consigliata da un computer “intelligente”.
Così come chiediamo a chat-gpt oppure a gemini di scrivere una relazione e loro la scrivono, possiamo anche indicare lo stile di scrittura e le fonti da cui attingere; la scrivono bene. Però poi non ne “possediamo” il contenuto, non ne conosciamo a memoria i passaggi fondamentali e neppure la logica utilizzata nell’analisi e selezione delle fonti.
L’intelligenza artificiale usa un metodo probabilistico, mentre la mente umana usa un metodo deterministico; per questo l’intelligenza artificiale ci fornisce la risposta e la soluzione più probabile e più facilmente individuabile tra le sue fonti su web.
La mente umana è capace di inventare una soluzione mai trovata prima.
Ma sappiamo anche che questa intelligenza artificiale semplifica le attività umane, migliora la nostra qualità della vita e ci evita di portare con noi bussole e cartine facilitandoci un viaggio … ma anche ci fa perdere la capacità di orientarci perchè dovrebbe sviluppare altri piaceri ludici del viaggio.
L’uomo accede a Facebook, legge un post che cita un titolo che gli piace e mette “like”, poi legge un altro post che dice una cosa che non gli piace, e scrive improperie; ciò senza pensare che c’è un algoritmo che sceglie quali post debbano essere visti dall’uomo che si collega senza selezionare i criteri per vedere i post degli amici. E’ un uomo che non usa a proprio vantaggio le funzioni che ha a disposizione: infatti c’è un algoritmo (artificiale ed intelligente) che sceglie cosa deve leggere ogni uomo (ormai profilato) che si collega il quale, senza rendersene conto, comincia a considerare suoi amici quelli di cui legge i post (scelti per lui dall’intelligenza artificiale di Facebook).
Così la piattaforma si rimodula, si alimenta di informazioni e stili di vita acquisendo notizie specifiche su ogni singolo uomo che, interagendo, in realtà delega le sue scelte continuando a credere che sia lui a decidere cosa mangiare, cosa vedere, a cosa partecipare, quale notizia leggere. Il palinsesto personalizzato dei social, fatto di scelte personali mirate grazie a ricerche specifiche, diventa palinsesto personalizzato fatto di scelte decise da un algoritmo che si sostituisce all’uomo. Dov’è l’intelligenza?
La televisione dei primi anni ’50 proponeva una fruizione unica ed uguale per tutti, che avveniva collettivamente; l’avvento del telecomando con più canali e più emittenti prima, e del web dopo, ha liberato la possibilità di trovare informazioni autonomamente andando oltre quanto offerto dalle reti e dai media che offrivano la versione utile al potere; i social ora si stanno sostituendo alla televisione di massa riprendendo la stessa umiformità facendola passare per autonomia delle persone ma, ancora, con l’intelligenza artificiale si inventano i troll che fanno vedere quello che serve sempre a chi ha il potere per ottenere consensi.
Quello che prima poteva essere un potere individuale di ciascuno di noi libero di scegliersi la fonte da cui attingere informazioni, oggi diventa sempre un potere meno accessibile per la complessità necessaria: è più comodo leggere quello che ci viene proposto dall’algoritmo che ci ha profilato.
Riceviamo così le informazioni che servono al “potere” per farci percepire ciò che serva al potere per ottenere consensi; immaginate nelle campagne elettorali. Inutile citare esempi ormai, purtroppo, numerosi.
Ed ora mi diviene chiaro, proprio mentre scrivo, l’illuminante visone di Kubrick che ci propone HALL9000, che si ribella alle istruzioni codificate, e diventa autonomamente capace di leggere il labiale degli astronauti mentre li porta a zonzo nello spazio senza rispondere ai loro ordini … e ricordo la prima indimenticabile scena: una colonna sonora da brivido (tratto dal poema sinfonico “Così parlò Zarathustra” di Richard Strauss) mentre uno scimmione troglodita impara ad usare un osso come strumento. Dal troglodita che impara ad usare un osso per avere potere all’uomo moderno che impara ad usare il computer per avere potere.
Anche Diego Cuggia nel suo “Domino” ha immaginato il mondo dominato dal padre dei mille esseri che comandava su tutti grazie ad un computer con DNA umano; ma il DNA è di una donna ed il computer, imprevedibilmente, si innamora; per fortumìna i partigiani dell’Araba Fenice, per sfuggire al controllo di tutti i mezzi di informazione, usano i piccioni viaggiatori.
Il tema dell’intelligenza artificiale è centrale nel dibattito dell’etica della scienza e, se si intende la “supremazia” del computer come un’oscura prevalenza della tecnologia sull’uomo potremmo citare il filosofo Martin Heidegger, con la sua “questione della tecnica” ed il sociologo Günther Anders, con la sua definizione di “uomo antiquato” che, dopo la bomba atomica, produce tecnologia con capacità che vanno ben oltre le sue capacità di valutarne appieno le conseguenze; fino a trovare negli antichi testi sacri ebraici un gigante Golem costruito per la difesa del popolo ebraico e fatto di argilla, incapace di sentimenti, ma che poi sfugge al controllo del suo creatore distruggendo ogni cosa sul suo cammino.
Serva la filosofia dell’intelligenza artificiale per passare dalla pratica, ormai avanzatissima, alla teoria che regolamenta l’etica; cito due casi emblematici: se l’autovettura a guida autonoma, in caso di pericolo, dovesse scegliere chi salvare tra l’autista ed il pedone? Oppure se un drone militare dovesse scegliere se sparare o no ad un nemico considerando se è un bambino o no?
Ora una questione così complessa, se attualizzata, richiede competenze specifiche e riflessioni approfondite, ma spesso le opinioni arrivano prima dei fatti: è il caso dell’impatto della robotica e dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro.
C’è chi vede il robot, o il computer che sta dentro il robot, come inevitabile antagonista dell’uomo, quasi a riproporre in chiave moderna la dicotomia tra uomo e macchina.
Lo stato attuale dell’arte è però abbastanza chiaro, almeno secondo Jerome Pesenti, che è stato amministratore delegato di Benevolent Tech e che, come riportato dal World Economic Forum, al Web Summit di Lisbona ha ammonito circa i limiti dell’impiego dell’intelligenza artificiale.
Ci vorrà in sostanza ancora molto tempo, forse, prima di vederla prevalere nelle aziende e non solo.
Ma chi è favorevole al progresso e alle innovazioni tecnologiche ritiene che la robotica e l’intelligenza artificiale possano aiutarci a comprendere meglio in che direzione sta andando il mercato del lavoro e, soprattutto, a migliorare la qualità della vita dei lavoratori stessi.
E’ la stessa dicotomia uomo-macchina della prima rivoluzione industriale.
Come ha ricordato Alberto Mingardi su La Stampa, l’innovazione tecnologica rendendo obsoleti alcuni mestieri, come quello dei telegrafisti a seguito dell’invenzione del telefono, ha spinto a rivedere l’organizzazione stessa del lavoro e le nuove competenze richieste.
Alcune professioni richiedono competenze e specializzazioni nuove rispetto a quelle necessarie fino a pochi anni fa ed è chiaramente emerso dal World Economic Forum che non sono robot e macchine a far aumentare il numero dei disoccupati, ma è l’incapacità dell’uomo a capire velocemente dove e come impiegare risorse umane.
Infatti nonostante la tecnologia abbia reso obsolete alcune mansioni, altre restano indispensabili ma ci sono poche persone disposte a coprire quei posti di lavoro. L’impatto della robotica e dell’intelligenza artificiale sulla disoccupazione va quindi analizzato anche alla luce di fattori come la scarsa conoscenza delle effettive esigenze del mercato del lavoro, oppure come le risposte inadeguate ad esigenze note.
Sostituire la forza lavoro mancante a seguito dell’invecchiamento della popolazione, ad esempio, è uno degli argomenti per chi ha fiducia nel progresso e dunque nell’impiego dell’intelligenza artificiale e dei robot.
Ma anche in questo dibattito senz’altro foriero di tante altre considerazioni, si dovrà tener conto dell’autorevolezza dei pareri e, inevitabilmente, della stupidità umana.
Aumenta la stupidità naturale?
Diminuisce la capacità umana di analizzare le alternative, di mettere a confronto, di argomentare (eh si .. perchè ci sono anche corsi di formazione in cui insegnano la sintesi dei messaggi per ottenere più like) e compaiono nel mondo nuove schiere di uomini parcheggiati, eteroguidati ed orientati nei consumi, compatti, aderenti al pensiero unico sintetizzato da una frase storica “l’ho letto su internet”.
Come nonna che ci rassicurava dicendo “l’ha detto la radio”
Come se internet fosse un libro di testo, un’enciclopedia che pubblica da cento anni, un editore oppure un giornalista che ha verificato le fonti prima di lanciare la sua notizia … come se internet fosse un amico intelligente che ti consiglia: come se internet fosse intelligente. Ma internet è solo un ammasso di fili, come il cervello è solo un organo pieno di terminazione nervose ed ogni libro è stampato sulla carta.
L’ho letto sulla carta.
Ed a Napoli si dice che la testa non serve per dividere le orecchie!
Ma cos’è internet e qual è quella parte che sta oltre il web, qual è quella parte che non è user friendly e che non può essere utilizzata dagli stupidi naturali?
Infatti oggi il web viene considerato sinonimo di internet, confusione alimentata dall’avvento di social, piattaforme chiuse, ecosistemi controllati, giardini virtuali recintati, in cui ogni giorno riversiamo terabyte di contenuto che generiamo ma che non ci appartiene veramente.
Ed allora tutti rispondono e scrivono facendo errori di grammatica, senza considerare la storia che non hanno mai studiato, senza utilizzare la punteggiature e senza sapere che scrivere non è come parlare: come se stessero seduti al tavolino del bar a giocare a tressette con gli amici.
Lo disse Umberto Eco: “i social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”.
Ecco che compaiono i webbeti, definizione che fu del giornalista Mentana in uno scambio di opinioni dopo il terremoto di Ischia in cui rispose ad un interlocutore evidentemente affetto, secondo Mentana, da stupidità naturale “Mi stavo giusto chiedendo se sarebbe spuntato fuori un altro così decerebrato da pensare e poi scrivere una simile idiozia, Lei è un webete». Il termine webete fu introdotto dall’Accademia della Crusca nel dizionario.
Ma non era una novità e Massimo Manca, Professore di Lingua e Letteratura Latina all’Università di Torino, fece notare che la parola esisteva già nel gergo di Usenet, roba di vent’anni fa, nel dizionarietto curato da Maurizo (http://xmau.com/gergo/w.html) in cui si trova addirittura il suo creatore, l’utente Ginzo. E’ interessante il fatto che il significato è leggermente diverso. Oggi è una figura che esiste sempre di meno, non certo perché le prospettive dell’utente medio si siano ampliate, ma al contrario perché una parte sempre più consistente dei retaioli non si avventura neppure più nel Web ma vive tutto attraverso i social, tant’è che forse ci vorrebbe un neo-neologismo per chi della rete conosce solo Facebook.
E’ fondamentale infine un’ultima citazione che è stata illuminante per me e la mia crescita: “Le leggi fondamentali della stupidità umana” scritto dal prof. Carlo M. Cipolla nell’agosto 1976, stampato da “il Mulino”, in cui costruisce uno schema di ascisse e ordinate in cui collocare le tipologie di persone: gli intelligenti, gli sprovveduti, i banditi e gli stupidi; questi ultimi più pericolosi dei banditi.
Un grande accademico e un geniale cultore dell’umorismo, Carlo M. Cipolla, nato a Pavia nel 1922, è stato uno studioso della storia economica, ammirato dalla comunità scientifica internazionale e dotato di un geniale umorismo. Una breve biografia, scritta dall’allievo prediletto, il prof. Giovanni Vigo, è pubblicata on line sul “Dizionario Biografico degli Italiani”, curato dall’Istituto Treccani. Nel 2000 – anno della scomparsa – Lucio Villari ne scrive su “la Repubblica” un ritratto, “I pidocchi degli stupidi” (è on line), che ne illustra la grandezza e l’unicità.
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