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Abruzzo caput mundi: gli ultimi giorni di una campagna elettorale crocevia della politica italiana 

Dopo le elezioni in Sardegna l’Italia intera si è girata verso l’Abruzzo, dove il 10 marzo si voterà per le elezioni regionali. 

Un’attenzione spasmodica che ha dato vita a un effetto vortice sulla competizione regionale, praticamente inarrestabile, il cui effetto sarà noto probabilmente solo all’alba dell’11 marzo.

Le elezioni che infatti, poco più di un mese fa, dovevano esser vinte dalla destra senza incertezza alcuna, si sono trasformate in un test nazionale difficile per la Premier Giorgia Meloni, che qui schiera direttamente il suo amico di sempre Marco Marsilio, già eletto cinque anni fa in una fase di strapotere leghista.

Ma la certezza del risultato  è stata erosa man mano. A partire dalla solida base che ha costituito la scelta del candidato Presidente Luciano D’Amico, competente e civico, alla Todde, la fresca governatrice Sarda con la quale si sprecano le analogie e che oggi chiuderà all’Aquila la campagna elettorale insieme a D’Amico. Ma anche dalla buona tempistica della genesi, non sempre facile a sinistra, che ha dato la possibilità di lavorare per mesi, intorno a un campo larghissimo sperimentale nel Paese.

Già prima delle lezioni sarde il clima in abruzzo stava infatti cambiando, con la colazione di centro sinistra pronta all’imboscata.  Dopo la Sardegna invece è diventato impossibile nascondersi, tanto che Giorgia Meloni e gli altri si sono spaventati calando in massa in abruzzo insieme a uno stuolo di ministri e di promesse, fatte tutte in questi ultimi giorni. 

Impressionante in tal senso il palco di Pescara di martedì scorso, con tutti i big coinvolti nel comizio per spingere la riconferma di Marsilio: Tajani-Salvini-Meloni insieme appassionatamente o quasi, visto che il leader leghista, che tra L’Aquila e Bruxelles rischia tanto, si è sfilato nel finale, andando via prima e saltando la foto collettiva.

Dall’altra parte impossibile non notare il lavoro e l’investimento fatto sull’Abruzzo da parte della neo leader del partito democratico Elly Schlein, ieri alla sua quinta visita ufficiale in abruzzo, dove nel complesso ha toccato più di trenta località, sopratutto aree interne e piccolo borghi.

Ieri quando è arrivata a Penne – remoto comune del pescarese con un passato glorioso oggi in via di spopolamento – ha ricevuto un’accoglienza degna di un grande leader con le persone ad aspettarla in piazza, affacciate ai balconi, infine raccolte in una sala strapiena ad urlagli: “dai che ce la facciamo”.

Il segno che qualcosa è successo, che un sentimento politico, assente da tempo, è tornato ad emergere e a diffondersi, tanto da spaventare gli intoccabili padroni di casa del fortino nero abruzzese.

Un entusiasmo crescente che Schlein ha saputo costruirsi battendo le piazze comune per comune, alla ricerca di consenso e voti, arrivando lì dove forse nessun segretario o segretaria era mai arrivata: da Aielli a Sambuceto, da Isola del Gran Sasso a Manoppello, da Sulmona a Popoli e così via, territori veri.

Davanti a lei sopratutto uomini e donne con un’età media alta, segno dello spopolamento e di un disinteresse dei giovani per la politica (o almeno per questa politica). Ovviamente c’erano anche loro ad ascoltare i vari comizi, ma in numero relativamente basso, elemento che suggerisce siano proprio gli under 30 una delle variabili dell’esito del 10 marzo, in quanto potenziale prateria di voti da riuscire a prendere o meno fino alle 23 di domenica.

Nel delirio di questi giorni, immersi nel frullatore mediatico nazionale, un altro elemento che velatemene emerge è il turbillon di sondaggi che registrano tutti l’avvicinamento del centrosinistra alla destra con sfumature varie però, tra chi dà Marsilio sopra comune di tre punti e chi dà il sorpasso a un centimetro. La verità è che verità non ci sono, segnali invece sì, tanti. Il nervosismo della destra ad esempio, l’entusiasmo risvegliato dalla sinistra sui territori un altro, basterà? 

La sensazione è che l’elezione abruzzese sia diventata un testa a testa che si giocherà in qualche migliaio di voti, in cui sarà indispensabile per la remuntatda di sinistra la percentuale di votanti. Più persone si recheranno alle urne più è possibile che a Governare l’abruzzo a partire da lunedì sarà un ex rettore, figlio di una famiglia di contadini abruzzesi. Diversamente Marsilio verrà riconfermato.

L’effetto Sardegna ha cancellato l’effetto imboscata, ma ha creato un onda, alta – come direbbe l’altro D’Amico – bisogna però ancora vedere quanto.

Gli abruzzesi a Marsilio lo vogliono tenere o se ne vogliono liberare? Il Centrodestra in abruzzo ha governato bene o ha governato male? La parabola di Giorgia Meloni avrà una sua prima vera frattura nella terra di Flaiano e Silone o continuerà senza intoppi verso le Europee?

Domande a cui si potrà rispondere a breve e che dipendono da un voto che sembra appeso a un filo, crocevia importante della politica italiana.

Una sconfitta di certo non farebbe bene neanche a sinistra, dove tanto si è investito e che vedrebbe il tentativo di ricostruzione politica in corso anche su questo territorio, trovare una brusca battuta d’arresto davanti la prospettiva di altri cinque anni Marsiliani. 

Non farebbe bene a livello nazionale neanche alle ambizioni da campo largo a base Schlein-Conte, che ha iniziato a prendere una sua forma in Sardegna e che potrebbe iniziare ad essere qualcosa di concreto, attraverso cui scorgere un nuovo assetto politico di centro sinistra in italia, se ottenesse un nuovo risultato in abruzzo. Diversamente si smarrirebbe un po’, all’interno di un cammino di per sé già complicato.

Se gli abruzzesi e le abruzzesi dovessero scegliere tra D’Amico e Marsilio probabilmente il professore avrebbe già vinto, ma le liste di centrodestra sono molto forti e in abruzzo non c’è il voto disgiunto, come assente però, è anche il terzo polo. 

Un’elezione secca quindi , all’americana, dove Pescara – Los Angeles dell’adriatico – tira la volata progressista trattenuta dall’aquilano – la pancia profonda degli stati uniti d’Abruzzo –  dove invece il centrodestra rimane in vantaggio con la città dell’Aquila in bilico.

Padrone indiscusso di questa campagna elettorale il tema sanità, più di ogni altro, nervo scoperto dell’attuale governo regionale con i tempi d’attesa che raggiungono anni anche per visite fondamentali.  Un dato purtroppo incontrovertibile.

Alessandro Tettamanti

 

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