Prezzi crollati sotto i costi di produzione e la farsa degli interventi spot. L’asse tra Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria detta la linea: “Smettiamo di subire il mercato e di credere ai finti salvataggi. Serve aggregazione immediata e veri contratti di filiera per non far morire il settore”.
La campagna grano duro 2026 si è aperta con un quadro estremamente preoccupante per le imprese agricole italiane. I prezzi di valorizzazione continuano a mantenersi ben al di sotto dei costi di produzione, rendendo impossibile garantire la redditività delle aziende cerealicole e mettendo seriamente a rischio la tenuta economica di un comparto strategico per l’agricoltura regionale.
Una situazione preoccupante che non ha trovato alcun ristoro neanche con la recente introduzione della Commissione Unica Nazionale (CUN) del grano duro, sulla quale negli ultimi mesi sono state alimentate aspettative che, oggi, si dimostrano del tutto infondate.
La CUN non è mai stata, né avrebbe potuto essere, uno strumento capace di fissare prezzi remunerativi o di garantire il reddito degli agricoltori. La sua funzione, prevista dalla normativa istitutiva, è esclusivamente quella di rilevare e fotografare in maniera trasparente l’andamento del mercato, attraverso il confronto tra le parti della filiera (tra l’altro con una composizione tutt’altro che equilibrata avendo tenuto fuori chi materialmente il grano lo immagazzina, gli stoccatori). La Commissione non interviene sulle dinamiche della domanda e dell’offerta, né può correggere gli squilibri che determinano la formazione del prezzo.
Per questo motivo chi, nei mesi scorsi, ha presentato la CUN come lo strumento destinato a risolvere la crisi del grano ha alimentato false speranze negli agricoltori, attribuendo a questa, funzioni che non le sono mai appartenute. O lo ha fatto senza conoscere il reale funzionamento dello strumento.
La delusione di oggi non nasce, quindi, dal fallimento della CUN, facilmente immaginabile da chiunque avesse un minimo di conoscenze del settore, ma dall’aver raccontato agli imprenditori agricoli una realtà che non è mai esistita. La Commissione sta semplicemente facendo ciò per cui è stata istituita: fotografare il mercato, con buona pace dei tanti annunci precedenti. Il problema è il mercato stesso e le sue dinamiche interne ed esterne, non lo strumento che ne rileva l’andamento.
Il vero nodo resta, invece, la totale assenza di una strategia politica (comunitaria, nazionale e locale) di lungo periodo per la nostra cerealicoltura. Negli ultimi anni si è continuato ad affrontare l’emergenza con interventi episodici e contributi “spot”, spesso destinati esclusivamente a chi semina, senza costruire strumenti capaci di rafforzare strutturalmente la competitività delle imprese. Misure di questo tipo possono offrire un sollievo momentaneo, ma non sono in grado di assicurare sostenibilità economica nel medio e lungo periodo. Servono invece politiche industriali per l’intera filiera cerealicola.
Confagricoltura Abruzzo, Confagricoltura Lazio, Confagricoltura Marche e Confagricoltura Umbria, regioni prettamente cerealicole e quindi fortemente esposte alle dinamiche dei prezzi, ritengono indispensabile investire nel rafforzamento delle relazioni interprofessionali tra produzione, stoccaggio, trasformazione, industria e GDO, favorendo strumenti di aggregazione dell’offerta come le Organizzazioni di Produttori e le cooperative agricole. Solo imprese organizzate, capaci di fare massa critica, programmare la produzione e gestire in modo più efficiente gli equilibri tra domanda e offerta possono recuperare forza contrattuale e creare valore lungo la filiera.
Occorre inoltre incentivare i contratti di filiera, gli investimenti nella qualità, nello stoccaggio e nell’innovazione, costruendo un sistema che consenta di affrontare la fisiologica volatilità dei mercati e dare le gambe al decreto-legge 63/2024 sui costi di produzione, senza scaricarne interamente il peso sulle aziende agricole.
Il comparto cerealicolo italiano ha bisogno di una visione, non di slogan. Ha bisogno di una politica che accompagni le imprese nella costruzione di una filiera moderna, competitiva e capace di redistribuire valore in maniera più equilibrata. Gli evidenti squilibri fra il prezzo del grano ed il costo della pasta, una volta arrivato sugli scaffali della grande distribuzione, ne è un esempio evidente, così come sono tutti i prodotti di largo consumo derivati dai cereali largamente coltivati nei nostri territori.
Solo così sarà possibile garantire un futuro alla coltivazione dei cereali.
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