di Fabio Pelini
In un vecchio saggio pubblicato a ridosso dell’attentato del 2001 alle Torri gemelle, Noam Chomsky ammoniva il lettore ad allargare lo sguardo sulle cause di quello che è ormai unanimemente considerato l’attacco terroristico più feroce e clamoroso nella storia dell’Umanità. Oltre naturalmente a rimarcare l’orrore per una violenza così efferata, il noto linguista e filosofo statunitense ripercorreva in quella pubblicazione molti degli atti di politica estera compiuti dagli Sati Uniti d’America nella storia recente, per concludere che le ragioni alla base dell’odio verso l’establishment a stelle e strisce risiede proprio nelle ingerenze, a volte leggere altre violente, che gli Usa hanno imposto in aree del pianeta considerate strategiche.
Il colpo di stato in Cile dell’11 settembre 1973 è in tal senso esemplare. Il tragico rovesciamento del governo democraticamente eletto di Salvador Allende fu sì messo in opera dal generale Augusto Pinochet, ma avvenne grazie al ruolo fondamentale degli Stati Uniti, che per bocca dell’allora Segretario di Stato, Henry Kissinger, non avevano fatto mistero delle loro reali intenzioni, fin dall’elezione di Allende del 1970. «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un Paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli» furono le parole pronunciate candidamente dell’influente diplomatico americano. Dalle parole ai fatti il passo fu breve: gli americani garantirono a Pinochet sostegno logistico, economico e politico, consentendo il successo ad un golpe che avrebbe dato vita ad una feroce dittatura durata fino al 1990, con un bilancio di decine di migliaia di cileni rapiti, torturati, uccisi, fatti sparire.
Nella commemorazione a reti unificate di ogni 11 settembre c’è giustamente spazio per le tremila vittime innocenti del fondamentalismo islamico, ma poco o niente per i desaparecidos cileni di 50 anni fa. Eppure, dal punto di vista geopolitico, sono due eventi che, ciascuno con caratteristiche proprie, segnano uno spartiacque negli equilibri mondiali. E in entrambi i casi ci sono di mezzo gli Stati Uniti d’America, nel 1973 come complici dei carnefici, nel 2001 come vittime dei terroristi. Nonostante questo, basta guardare i telegiornali o leggere i principali quotidiani in ogni anniversario per imbattersi in una narrazione quasi totalmente focalizzata sulla commemorazione dell’attentato di Al Qaeda a New York. Sul Cile, qualche richiamo generico o poco più.
Ora, in tempi di analfabetismo funzionale, sarebbe utile giungere a delle conclusioni. Ma non vorremmo sortire i medesimi effetti già sperimentati nella guerra in Ucraina, nella quale mettere insieme i fatti – non le opinioni – rappresenta di per sé un atto di lesa maestà, la prova evidente di intelligenza con il nemico, l’ingratitudine nei confronti del proprio mondo e delle sue libertà. Tentare di analizzare gli eventi nella loro completezza diventa esercizio pericoloso, perché la nostra realtà si ciba di verità ricostruite ad hoc, tagliando e ricucendo, omettendo o amplificando secondo le convenienze, e la sterminata quantità di notizie che ci giungono in tempo reale va indirizzata verso verità granitiche, dove invasi ed invasori, vittime e carnefici, buoni e cattivi siano ben chiari a tutti, e guai a metterlo in dubbio. Pena lo stigma di amico del nemico e l’emarginazione dai luoghi che contano.
Sarà per questo che si fatica a ricordare l’11 settembre del 1973?
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