di Alessandra Prospero
Regista, documentarista, autore e docente, Luca Antonetti, in arte Luke Anthon, ha costruito negli anni un percorso artistico nel quale cinema, territorio e racconto si intrecciano continuamente. Formatosi al Centro Sperimentale di Cinematografia dell’Aquila, ha attraversato linguaggi ed esperienze differenti, dal reportage al documentario, dalla fiction alla videopoesia, fino alla scrittura per l’infanzia, mantenendo al centro della propria ricerca il rapporto tra immagini, memoria, luoghi e persone.
Un percorso profondamente legato all’Abruzzo e, in particolare, all’Aquila, che nei suoi lavori non è semplicemente uno scenario, ma diventa spesso parte integrante della narrazione. Dalle Tre Vette del Gran Sasso di Duemilanovecentododicimetri alla memoria cittadina raccontata in Novantanove, fino alla docufiction dedicata a Celestino V e all’esperienza accanto a Lino Capolicchio, Antonetti ha fatto del territorio uno dei punti di partenza della propria ricerca cinematografica.
Ma nel suo lavoro trovano spazio anche il montaggio, che insegna dal 2019 e considera parte essenziale della costruzione narrativa, la poesia trasformata in immagini con The Middle Hour – L’ora di mezzo, su testo di Francesco Cristiano Bignotti, e la letteratura per l’infanzia.
In questa intervista Luke Anthon ripercorre le tappe della sua formazione e della sua esperienza professionale, racconta gli incontri e le collaborazioni che hanno segnato il suo cammino e riflette sul significato del fare cinema. E anticipa anche un nuovo progetto, profondamente aquilano, dedicato alla Battaglia di Bazzano e a Braccio da Montone: un docufilm con il quale torna a interrogare, attraverso le immagini, la storia della sua terra.
Luke, partiamo dall’inizio: quando hai capito che il cinema non sarebbe stato soltanto una passione, ma il linguaggio attraverso cui avresti raccontato il mondo?
Credo che non ci sia stato un momento preciso, una sorta di illuminazione in cui ho detto: “Ecco, da oggi farò cinema”. È stata piuttosto una consapevolezza arrivata lentamente. Da ragazzo ero affascinato dalle storie, dalle immagini e soprattutto dalla capacità del cinema di farti entrare nella vita di qualcuno, in un luogo o in un’emozione, anche quando quelle cose sembrano lontanissime da te.
A un certo punto ho capito che guardare i film non mi bastava più. Sentivo il bisogno di creare immagini mie, di provare a raccontare ciò che vedevo e ciò che provavo. Il cinema è diventato il mio modo per mettere ordine nelle cose. A volte non riesci a spiegare completamente un’emozione con le parole, ma puoi provare a raccontarla attraverso uno sguardo, un silenzio, una luce, un luogo o un movimento.
Forse è stato proprio quello il passaggio: quando ho capito che la macchina da presa non era soltanto uno strumento tecnico, ma un modo per guardare il mondo.
La tua formazione cinematografica nasce all’Aquila, al Centro Sperimentale di Cinematografia. Quanto questa città ha formato non solo il professionista, ma anche il tuo sguardo di regista?
L’Aquila ha avuto un ruolo fondamentale nella mia formazione, probabilmente più di quanto abbia capito all’inizio. È una città che porta dentro di sé una storia molto forte. È una città in cui la memoria è sempre presente e in cui, soprattutto dopo il terremoto, ho visto convivere continuamente ciò che è stato, ciò che è andato perduto e ciò che cerca di rinascere.
Studiare al Centro Sperimentale di Cinematografia all’Aquila significava anche imparare a guardare il territorio. Non semplicemente a riprenderlo, ma a interrogarlo. A chiedersi cosa c’è dietro una facciata, dietro una piazza vuota, dietro una persona.
Credo che L’Aquila mi abbia insegnato il valore del tempo. Ci sono luoghi che non puoi raccontare velocemente. Devi fermarti, osservare, ascoltare. E forse il mio modo di fare cinema nasce anche da questo: dal tentativo di andare un po’ oltre la superficie delle cose.
In Duemilanovecentododicimetri racconti un padre e un figlio sulle Tre Vette del Gran Sasso: dietro la montagna ci sono il limite, la crescita e il rapporto tra generazioni. Che cosa rappresenta, per te, la montagna quando entra in un racconto cinematografico?
La montagna, per me, non è mai soltanto uno sfondo. Quando la filmi, entra inevitabilmente nella storia. Ti mette di fronte al limite, alla fatica, al tempo, alla paura e anche alla necessità di andare avanti.
In Duemilanovecentododicimetri la montagna era il luogo fisico in cui si svolgeva il viaggio di un padre e di un figlio, ma in realtà rappresentava molto altro. Rappresentava una prova. Un percorso condiviso. Un momento in cui due persone, appartenenti a generazioni diverse, si trovano costrette a confrontarsi con qualcosa che è più grande di loro.
La montagna non fa sconti e non si lascia controllare. Devi adattarti a lei. E questo, cinematograficamente, è molto potente, perché la realtà entra nel film senza chiedere il permesso.
Durante quelle riprese non potevamo controllare tutto. Il tempo, la fatica, il freddo, le condizioni fisiche diventavano parte della storia. Ed è proprio questo che mi interessa del cinema documentario: quando la realtà smette di essere qualcosa che devi semplicemente registrare e diventa una presenza viva che può cambiare il racconto.
Vorrei però ricordare anche una persona che ha avuto un ruolo fondamentale nella realizzazione di quel film: Giovanni Sfarra. Le riprese aeree e molte delle immagini del film sono state realizzate da lui, come operatore, operatore drone e regista di grande spessore.
Giovanni è anche un mio caro amico e una persona con cui ho condiviso il mio percorso iniziale da regista. Nel corso degli anni ha spesso curato la fotografia e le riprese dei miei lavori, diventando un collaboratore prezioso e una presenza importante nella mia crescita professionale.
Credo che il cinema sia anche questo: non soltanto l’opera che rimane sullo schermo, ma le persone con cui hai condiviso il percorso per riuscire a realizzarla. E Giovanni è sicuramente una di quelle persone che fanno parte della mia storia cinematografica.
Nei tuoi lavori L’Aquila e l’Abruzzo non sembrano mai essere semplicemente uno sfondo. Penso anche a Novantanove, dove memoria e nuove generazioni si incontrano. Quanto è importante raccontare un territorio senza trasformarlo in una cartolina?
Per me è fondamentale. Un territorio non è soltanto un paesaggio bello da fotografare. Un territorio è fatto dalle persone che lo abitano, dalla memoria che conserva, dalle contraddizioni che porta con sé.
L’Abruzzo è una terra straordinariamente cinematografica, ma sarebbe facile fermarsi alla bellezza delle montagne, dei borghi o dei paesaggi. Il rischio della cartolina è proprio questo: mostrare qualcosa di bello senza riuscire a raccontare cosa c’è dentro quel luogo.
In Novantanove mi interessava proprio il rapporto tra memoria e futuro. I bambini che riscoprono una storia rappresentano, in qualche modo, il nuovo che torna a cercare le proprie radici. Credo che un territorio continui davvero a vivere quando viene attraversato dalle nuove generazioni e non resta soltanto qualcosa da ricordare.
Quando racconto un luogo, cerco sempre di chiedermi: perché questa storia deve svolgersi qui? Cosa cambierebbe se la spostassimo altrove? Se la risposta è “nulla”, allora probabilmente quel luogo è solo uno sfondo. Se invece il territorio cambia il destino delle persone e il senso della storia, allora è diventato un personaggio.
Hai lavorato alla docufiction dedicata a Celestino V e hai avuto l’occasione di collaborare con Lino Capolicchio. Che cosa ti ha lasciato, artisticamente e umanamente, quell’incontro?
L’incontro con Lino Capolicchio è stato sicuramente uno dei momenti più importanti del mio percorso. Quando lavori con un attore della sua esperienza, inevitabilmente impari molto, ma quello che mi ha colpito di più è stato l’uomo oltre l’attore.
Il film Siate pronti – Le chiavi di Papa Celestino V è stato co-diretto insieme a Giuseppe Tandoi, e ci tengo molto a sottolinearlo. A Giuseppe sono profondamente grato, sia per il percorso artistico che abbiamo condiviso, sia per il rapporto umano che negli anni si è consolidato. Lo considero un grande regista, ma soprattutto un grande amico, e credo che il valore di un’esperienza cinematografica dipenda anche dalle persone con cui scegli di condividerla.
Lino aveva una presenza particolare. Sul set, nel momento in cui entrava nel personaggio, sembrava trasformarsi completamente. Era come se trovasse dentro di sé una forza che andava oltre la fatica e oltre il tempo.
Per me è stato un privilegio poterlo osservare da vicino e lavorare con lui. Mi ha ricordato una cosa molto importante: il cinema è fatto di tecnica, certo, ma alla fine quello che rimane è sempre l’umanità delle persone che hai davanti alla macchina da presa.
Quando penso a quella esperienza, penso soprattutto a questo: alla responsabilità di raccontare una figura come Celestino V, ma anche alla fortuna di aver condiviso quel percorso con un grande attore come Lino Capolicchio e con Giuseppe Tandoi, un regista che stimo profondamente e un amico al quale devo molto.
Regia, fotografia, montaggio, scrittura: spesso segui personalmente diverse fasi della realizzazione di un’opera. È una necessità di controllo oppure il tuo modo di pensare il cinema come un unico processo creativo?
Non credo sia una questione di controllo nel senso più rigido del termine. Per me è soprattutto un modo di pensare il cinema.
Quando scrivo una storia, comincio già a immaginare le immagini. Quando giro, penso inevitabilmente a quello che accadrà in montaggio. E quando monto, spesso riscopro la storia e mi accorgo che il film può prendere una direzione diversa da quella che avevo immaginato inizialmente.
Regia, fotografia, scrittura e montaggio sono linguaggi diversi, ma per me fanno parte dello stesso processo. Conoscere questi strumenti mi permette di dialogare meglio con le persone con cui lavoro e, quando necessario, di intervenire direttamente.
Il montaggio, in particolare, mi ha insegnato una cosa fondamentale: puoi avere girato immagini bellissime, ma se non riesci a trovare il ritmo e il senso giusto, quelle immagini non raccontano nulla.
Alla fine, non mi interessa controllare tutto. Mi interessa comprendere tutto ciò che può contribuire a trasformare un’idea in un racconto.
Dal 2019 insegni Montaggio Cinematografico e consideri il montaggio qualcosa di molto più profondo di una tecnica. Se dovessi spiegare a chi non fa cinema dove nasce davvero una storia – durante le riprese o davanti al tavolo di montaggio – cosa risponderesti?
Direi che una storia nasce più volte.
Nasce quando qualcuno ha un’idea. Nasce quando la scrive. Nasce di nuovo quando la gira, perché la realtà, gli attori, gli imprevisti e i luoghi possono cambiare completamente quello che avevi immaginato.
E poi nasce ancora una volta in montaggio.
Il montaggio è il momento in cui ti trovi davanti a tutto quello che hai raccolto e devi decidere cosa tenere, cosa eliminare, cosa mostrare e, soprattutto, cosa lasciare fuori campo.
Per me il montaggio non è mettere semplicemente una scena dopo l’altra. È decidere come deve respirare un film. È capire quanto deve durare un silenzio. È scegliere il momento esatto in cui uno sguardo diventa più importante di una battuta.
Quando insegno montaggio, cerco di trasmettere proprio questo: prima ancora di imparare a usare un programma, bisogna imparare a raccontare. Il software cambia. Il linguaggio resta.
Hai sperimentato linguaggi molto diversi, dal documentario alla fiction fino alla videopoesia. The Middle Hour – L’ora di mezzo, realizzata su un testo di Francesco Cristiano Bignotti, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, anche all’estero, che hanno premiato sia il tuo lavoro sia quello dell’autore. In questo incontro tra poesia e immagini, che cosa può dare il cinema alla parola poetica che la parola, da sola, non possiede?
La poesia ha già dentro di sé delle immagini molto potenti. Quando ho lavorato a The Middle Hour – L’ora di mezzo, la sfida era proprio questa: non volevo semplicemente illustrare le parole.
Lavorare con Francesco è stato qualcosa di incredibile, innanzitutto perché lo stimo profondamente come poeta, ma anche perché tra noi esiste un’amicizia che nasce quando avevamo appena otto anni ed è cresciuta insieme a noi nel corso del tempo. È una persona che conosco da una vita e con la quale esiste una sintonia che va al di là del semplice rapporto professionale.
Francesco, oltre a essere un grande poeta e un autentico amante della vita, ha anche una sensibilità straordinaria per i luoghi. È un bravissimo location scout e, in diversi miei lavori, mi ha aiutato a trovare location particolarmente suggestive. Alcune di quelle immagini e di quei luoghi hanno avuto un ruolo fondamentale nell’impatto visivo dei progetti: senza il suo contributo, probabilmente quei lavori non avrebbero avuto la stessa forza.

Credo che sia proprio questa la cosa più bella quando si lavora con una persona che conosci da così tanto tempo: non hai bisogno di spiegare tutto. Ci sono sensibilità che si incontrano naturalmente e che permettono di costruire qualcosa che forse, con un semplice rapporto professionale, sarebbe più difficile ottenere.
La poesia ha già dentro di sé delle immagini molto potenti. Il cinema può aggiungere una dimensione diversa: il tempo.
Una parola può evocare immediatamente un’immagine, ma il cinema può decidere quanto restare su quell’immagine, quando interromperla, cosa mostrare prima e cosa lasciare arrivare dopo. Può aggiungere il movimento, il suono, il silenzio.
La cosa più interessante, però, è che immagine e parola non devono necessariamente spiegarsi a vicenda. A volte devono anche entrare in conflitto. Una parola può suggerire una cosa e un’immagine può portarti da un’altra parte. Ed è proprio in quello spazio che, secondo me, può nascere qualcosa di nuovo.
La videopoesia mi interessa perché è un territorio libero. Non devi necessariamente seguire le regole tradizionali della narrazione. Puoi lavorare per sensazioni, associazioni, frammenti. È un linguaggio che ti permette di essere più vicino a un’emozione che a una trama.
Nel 2025 arrivi anche alla letteratura per l’infanzia, con favole nate dal rito della buonanotte. Che cosa succede a un regista quando deve rinunciare alla macchina da presa e costruire le immagini esclusivamente attraverso le parole?
In realtà non sento di aver rinunciato completamente alla macchina da presa. Quando scrivo, continuo a vedere le immagini.
Forse è proprio questo il punto: il cinema mi ha insegnato a pensare visivamente e la scrittura mi permette di utilizzare quelle immagini in un altro modo.
Quando scrivi per i bambini devi fare una cosa bellissima e difficilissima: devi riuscire a evocare un mondo senza mostrarlo completamente. Devi lasciare spazio alla loro immaginazione.
Nel cinema, alla fine, sei tu a decidere cosa vedrà lo spettatore. Con una favola, invece, puoi descrivere un personaggio e poi lasciarlo libero di assumere una forma diversa nella testa di ogni bambino.
Questo mi affascina moltissimo.
Le favole sono nate anche da un gesto molto semplice e molto personale: raccontare storie prima di dormire a mia figlia Maya. Da lì è nato un piccolo universo di personaggi, situazioni assurde, animali, creature e mondi immaginari.
Scrivere per l’infanzia mi ha riportato a una forma di libertà creativa molto pura. In una favola tutto è possibile, ma perché funzioni devi comunque riuscire a far credere al lettore che, almeno per un momento, quel mondo possa esistere davvero.

Guardando insieme tutti questi percorsi – cinema, documentario, montaggio, insegnamento, poesia, favola – sembra che al centro ci sia sempre il bisogno di raccontare. Oggi Luke Anthon che storia sente di non aver ancora raccontato e che vorrebbe assolutamente portare sullo schermo?
Quello che sento fortemente oggi è il desiderio di raccontare la storia della mia terra. L’Aquila e l’Abruzzo hanno una storia straordinaria, fatta di battaglie, conquiste, personaggi, intrighi, cadute e rinascite, ma credo che ci sia ancora tantissimo da raccontare e, soprattutto, da divulgare attraverso un linguaggio cinematografico capace di renderla universale.
Mi piacerebbe raccontare le grandi vicende della storia aquilana non semplicemente come documentazione storica, ma trasformandole in vere e proprie storie cinematografiche: con personaggi, conflitti, emozioni, passioni e grandi immagini. Vorrei riuscire a far conoscere la storia dell’Aquila anche a chi non la conosce, facendogli comprendere che dietro le sue mura, le sue piazze e i suoi monumenti esiste un passato straordinariamente ricco e spesso ancora poco conosciuto.
E in realtà questo percorso è già iniziato.
Posso concedermi un piccolo scoop: insieme all’attore Shiva Guerrieri ideatore e produttore di questo ambizioso progetto e al talentuoso filmmaker ed operatore Drone Jack di jackography.frames stiamo realizzando un docufilm dedicato alla Battaglia di Bazzano e a Braccio da Montone, uno degli episodi più importanti e affascinanti della storia dell’Aquila e del Rinascimento italiano. Io firmerò la regia e il montaggio.
È un progetto al quale tengo particolarmente perché rappresenta esattamente la direzione che vorrei dare al mio cinema: prendere una pagina di storia della mia terra e trasformarla in un racconto cinematografico capace di parlare a tutti un po’ come già fatto con il docufilm su Celestino V.
La Battaglia di Bazzano, Braccio da Montone, la storia della città e le vicende che hanno attraversato l’Aquila sono un patrimonio enorme. Credo che il cinema possa avere anche una funzione importante di divulgazione: può far conoscere la storia non soltanto attraverso i libri, ma attraverso le emozioni, le immagini e le persone.
E forse è proprio questa la storia che oggi sento di voler raccontare più di tutte: quella della mia terra, con gli occhi di chi la conosce, la ama e vuole mostrarne al mondo la grandezza.
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