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25 aprile, tensioni nella data fondativa dei nostri valori. Si può essere equidistanti con Gaza?

di Fabio Pelini

Oggi si è celebrato il 79esimo anniversario della Liberazione e, come ogni anno, molte sono state le manifestazioni che a livello tanto locale quanto nazionale hanno caratterizzato la giornata che festeggia il ritorno alla libertà in Italia, dopo la dura dittatura fascista e il disastro della Seconda guerra mondiale.

Le più importanti si sono svolte a Milano e a Roma. Nel capoluogo lombardo, alla manifestazione organizzata dall’Anpi, hanno preso parte oltre centomila persone con la partecipazione dello scrittore Antonio Scurati, che ha letto il monologo censurato dalla Rai, fonte negli ultimi giorni di un mare di polemiche. Non sono mancati però fischi per il sindaco Giuseppe Sala, e momenti di tensione tra gli attivisti filo palestinesi e gli appartenenti alla comunità ebraica. Ci sono stati lanci di fumogeni, cori e fischi, che non hanno risparmiato vari esponenti politici. Anche alla manifestazione di Roma, migliaia di persone hanno sfilato per ricordare una data fondante per la nostra Repubblica; ma anche nel corteo della capitale ci sono stati momenti di forte contrapposizione soprattutto quando, nei pressi di piazzale Ostiense, manifestanti della Brigata ebraica e partecipanti del presidio per la Palestina sono quasi arrivati alle mani, dopo essersi scambiati fischi e insulti, riflesso del conflitto in corso a Gaza. Nel momento di massima tensione, alcuni manifestanti della Brigata ebraica hanno lanciato verso il presidio pro Palestina lattine e addirittura bombe carta, che fortunatamente non hanno causato feriti o qualcosa di peggio. Sono volati anche sassi verso i giornalisti che stavano operando le riprese.

Roma e Milano sono state le piazze più importanti a ricordare la Liberazione di 79 anni fa. Ed entrambe sono state ipotecate dagli echi della grave crisi in Medio Oriente, che sembra ballare ogni giorno di più sull’orlo del precipizio di un conflitto sempre più ampio. D’altra parte, quel che sta accadendo a Gaza non può certo essere derubricato a conflitto locale, né tantomeno essere considerato ineluttabile rispetto allo svolgimento della storia di quell’area e dei conseguenti equilibri internazionali.

Quel che emerge dalle piazze del 25 aprile è un’insofferenza profonda e crescente, che sfocia in manifestazioni di protesta anche dura per quella che è sempre più vissuta come un’ipocrisia a tutti gli effetti: se la festa della Liberazione celebra la ritrovata libertà contro l’oppressione, è possibile restare equidistanti rispetto ad un conflitto, quello a Gaza, che la stessa Organizzazione delle Nazioni Unite paventa possa configurarsi come un genocidio? E’ possibile continuare a far finta di nulla di fronte ad oltre 35mila morti, in maggioranza donne e bambini?

Non c’è futuro senza memoria, ci piace ricordare il 25 aprile di ogni anno: sacrosanto, non si può e non si deve dimenticare cosa ha rappresentato il nazifascismo per l’Italia e l’Europa, con il suo carico di violenza, terrore e morte. E con l’idea folle e impronunciabile di voler cancellare dalla faccia della terra un popolo intero. Ma oggi il popolo che rischia di scomparire è quello palestinese, oppresso da decenni di colonizzazione e da mesi sotto l’assedio di uno degli eserciti più potenti al mondo. Se qualcuno nutrisse dubbi su queste affermazioni provi a visionare le immagini provenienti da Gaza. Provi ad immedesimarsi in quei bambini rimasti orfani, terrorizzati, spesso senza arti, quando gli ha detto bene. Dopodiché si chieda se è etico, umano, comprensibile condannare la risposta sproporzionata di Israele – tanto per usare un eufemismo –  dopo il 7 ottobre e poi ritrovarsi ad accettare senza fiatare lo stanziamento da parte del Congresso americano di 95 miliardi di dollari di nuovi aiuti – tra gli altri – proprio ad Israele.

Il 25 aprile è una ricorrenza meravigliosa, perché ci ricorda quanto dobbiamo essere grati a chi ci ha garantito un bene prezioso come la libertà. Ma, se davvero vogliamo essere onesti rispetto al suo significato più profondo e vivificarlo rispetto alle tragedie contemporanee, non possiamo oggi scegliere la strada dell’ignavia e non censurare l’azione dei governi occidentali, incapaci con la loro vuota retorica di fermare l’azione criminale del governo israeliano. Le manifestazioni nei campus americani, insieme a quelle che si stanno diffondendo negli atenei europei, dimostrano che non tutti girano la testa dall’altra parte, trincerandosi dietro un’improponibile e colpevole equidistanza.

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